Ci viene insegnato sin da bambini che davanti a ciò che ci fa paura dobbiamo reagire, affrontare e resistere e mai arrenderci! Guardare negli occhi ciò che ci fa stare male e trovare dentro di noi la forza necessaria per combattere. È un messaggio che può essere importante, ma che rischia di diventare pericoloso quando lo trasformiamo in una regola assoluta. Cosa succede quando c’è stanchezza, quando mancano le energie fisiche e mentali?

Non sempre si può combattere
E soprattutto, non sempre combattere è la scelta che ci protegge di più. A volte la vera forza non consiste nel rimanere davanti a ciò che ci sta facendo male, ma nel riconoscere che in quel momento non siamo nelle condizioni di affrontarlo e scegliere, invece, di allontanarci per avere il tempo di recuperare. Questo non significa arrendersi, ma avere consapevolezza dei propri limiti.

Viviamo in una cultura che associa facilmente la forza alla resistenza, ci insegnano che essere forti significa non mollare, che dobbiamo stringere i denti, sopportare, affrontare le difficoltà senza arretrare e che dobbiamo vincere.
La realtà è che siamo esseri umani e ci sono momenti in cui abbiamo energie, lucidità e risorse sufficienti per affrontare una difficoltà e ce ne sono altri in cui siamo già stanchi, vulnerabili, sovraccarichi. La stessa situazione che in un determinato momento riusciremmo a gestire può diventare insostenibile quando ci trova già indeboliti.
Riconoscere questo limite può essere molto più difficile che continuare a combattere, perché allontanarsi può farci sentire in colpa e farci credere di non essere abbastanza forti…
Scegliere di non combattere può invece significare conservare le proprie energie proprio perché sappiamo che, continuando così, rischieremmo di esaurirle completamente.
“Adesso non ce la faccio.” e questa frase non dovrebbe essere considerata una sconfitta.

Quando le energie sono esaurite, ogni difficoltà può diventare più grande, la paura può diventare più intensa, i pensieri possono diventare più pesanti e ciò che normalmente riusciremmo a gestire può iniziare a occupare tutto lo spazio. Ed è proprio in quei momenti che il consiglio “devi affrontarlo” può diventare distruttivo.
Immaginiamo una persona che sta già cercando di rimanere a galla. Non avrebbe senso dirle che deve dimostrare la propria forza nuotando ancora più lontano dalla riva. In quel momento, la cosa più importante è raggiungere un punto sicuro, respirare, recuperare energie, trovare un appoggio e soltanto dopo, quando le forze saranno tornate, decidere cosa fare.

Se non possiamo sempre combattere, allora cosa possiamo fare? Allontanarci! Ed è forse questo il passaggio più difficile da accettare. A volte la guarigione comincia quando smettiamo di stare continuamente davanti a ciò che ci ferisce.
Il movimento può diventare una scelta di protezione quando possiamo farlo. Alcuni si trovano a riempire le giornate di impegni lavorativi, sportivi e extra solo per continuare a stare in movimento.
E quando non si può o il fisico è troppo stanco?
Credo che quello sia il momento in cui è necessario imparare a costruire una distanza anche dentro di noi, spostare l’attenzione, cercare una persona che ci faccia sentire al sicuro, pensare a qualcosa che ci aspetta, tornare a un ricordo positivo, dedicarsi a un progetto.
Perché quando siamo immersi nel buio, una delle cose più pericolose è iniziare a credere che il buio sia tutto ciò che esiste. Non lo è. Esiste ancora altro e si può creare altro!
Scappare non significa arrendersi
Abbiamo imparato a usare la parola “fuga” quasi sempre in senso negativo, scappare da un problema viene considerato un comportamento sbagliato. Ma ci sono allontanamenti che servono a metterci al sicuro, recuperare le forze e impedirci di essere distrutti da ciò che stiamo vivendo. Ed ecco che allontanarsi può essere una strategia, non necessariamente una rinuncia.
Qualche volta, la risposta non è combattere, è andare verso la luce!